Energie rinnovabili e gas serra: la situazione europea

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Negli ultimi anni il tema del cambiamento climatico è sempre più sentito. Si pensi, ad esempio, all’attivismo di Greta Thunberg e alla nascita del movimento per l’ambiente #fridaysforfuture, guidato dalla giovane attivista. In questo scenario l’Europa ha mostrato il suo interesse a intraprendere un piano di azioni concreto per la riduzione di gas serra e, in generale, per la salute del nostro pianeta.

Gli obiettivi della strategia Europa 2020,per il settore del clima e dell’energia, prevedevano di:

  • Ridurre del 20% delle emissioni di gas serra rispetto al 1990;
  • Innalzare del 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili;
  • Migliorare del 20% l’efficienza energetica.

Questa proposta era stata avanzata dalla Commissione Europea il 3 marzo 2010, come piano strategico decennale che coinvolgeva anche altre 4 aree: ricerca e sviluppo, lavoro, istruzione e riduzione della povertà.
È interessante riflettere sullo stretto legame di questi obiettivi. Ad esempio, diminuire il consumo dell’energia e aumentare la quota di rinnovabili contribuiscono alla riduzione delle emissioni di gas serra.

Energie rinnovabili

Tutti sanno che bruciare combustibili fossili libera nell’atmosfera grandi quantità di CO2, e che questo aumenta l’effetto serra e il surriscaldamento dell’atmosfera. Per questo l’Europa incentiva lo sfruttamento delle energie rinnovabili.

Distinguiamo diverse tipologie di fonti rinnovabili:

  • energia solare, che può essere ricavata dai raggi solari attraverso i pannelli fotovoltaici;
  • energia eolica, che incanala l’energia del vento attraverso il movimento delle pale;
  • energia geotermica, che deriva dal calore della terra;
  • le biomasse, cioè la decomposizione di materiale organico-vegetale.

Rispetto al 2004 l’UE è riuscita a raddoppiare la percentuale di energia rinnovabile (8,53%) e nel 2017 aveva raggiunto il 17,52%, avvicinandosi all’obiettivo 2020 (20%).

L’aumento della quota di fonti rinnovabili è dovuto soprattutto agli sviluppi tecnologici e all’abbassamento dei costi dei sistemi di energia rinnovabile. Sono diverse le misure politiche che hanno incentivato il settore. Tra queste possiamo indicare le sovvenzioni, i crediti d’imposta e il conto energia. Possiamo citare anche il programma europeo per incentivare la produzione di elettricità da fonte solare (cd. incentivi energia rinnovabile).

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), nel 2023 le energie rinnovabili copriranno il 12,4% del fabbisogno globale di energia, un quinto in più rispetto al 10,3% del 2018. Questi valori includono l’intero consumo di energia rinnovabile, sia quello usato per fornire energia elettrica e provvedere al riscaldamento degli edifici, chequello impiegato per i trasporti. Quello dell’energia elettrica è sicuramente il settore in cui, negli anni, si è registrato il più alto aumento di fonti rinnovabili, arrivando al 29,6% nel 2016. Il settore di trasporti è invece quello in cui sono stati registrati meno progressi: per il consumo dei carburanti la percentuale di rinnovabili si fermava, infatti, solo al 7,1% nello stesso anno.

Nonostante l’attenzione verso le fonti rinnovabili sia cresciuta solo negli ultimi anni, molte delle principali aziende di energie rinnovabili generano già alti livelli di liquidità. Molte di queste offrono modelli di business relativamente stabili, che beneficiano di fonti di guadagno affidabili provenienti da mercati regolamentati.

Obiettivi 2020: a che punto è l’Europa?

Il raggiungimento degli obiettivi in materia di clima ed energia potrebbe avere enormi effettipositivi per lo sviluppo dell’economia europea. Si potrebbero avere risvolti, in particolare, per quanto concerne l’occupazione e il settore di ricerca e sviluppo. La stessa Commissione Europea ha calcolato che anche solo la realizzazione dell’obiettivo 2020 sulle rinnovabili creerebbe oltre 600.000 posti di lavoro.

Viene spontaneo, a questo punto, chiedersi a che punto sia l’Europa riguardo gli obiettivi prefissati dalla Commissione Europea. Nel complesso, già nel 2014 l’Europa aveva raggiunto l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 22,4% rispetto al 1990. Tuttavia la situazione non è omogenea e addirittura in alcuni paesi sono stati registrati dei peggioramenti. Si tratta in particolare di Austria, Malta, Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro.

Tra i paesi con le minori emissioni di gas a effetto serra ci sono 6 nazioni europee.
Il primo è il Lussemburgo, seguito da Regno Unito, Irlanda, Grecia, Danimarca e Belgio, a cui si aggiunge la Svezia. È importante sapere che l’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paesesiano pari a 100.

Cosa sono esattamente i gas serra?

I gas serra sono quei gas presenti nell’atmosfera, trasparenti alle radiazioni solari, e che quindi  lasciano passare molte delle radiazioni che dal Sole raggiungono la Terra. Essi inoltre che trattengono parzialmente le radiazioni infrarosse emesse dalla Terra. Il famoso effetto serra viene provocato proprio da questo trattenimento delle radiazioni infrarosse. Si tratta di un fenomeno naturale, di per sé necessario a regolare la temperatura della terra e, di conseguenza, al mantenimento della vita.

Tuttavia, diverse attività umane hanno causato un eccessivo aumento dell’effetto serra e questo ha comportato un preoccupante aumento delle temperature. Si parla a tal proposito di riscaldamento globale.

I principali gas serra presenti nell’atmosfera terrestre sono: il vapore acqueo (H2O), l’anidride carbonica (CO2), il protossido di azoto (N2O), il metano (CH4) e l’esafluoruro di zolfo (SF6). Quello più citato, quando si parla di riscaldamento globale, è senz’altro l’anidride carbonica, che rappresenta oltre il 75% delle emissioni causate dall’uomo ed è il principale responsabile dell’aumento della temperatura sul pianeta.

Il protocollo di Kyoto

Il protocollo di Kyoto è un documento contenente misure atte a ridurre le emissioni nei paesi industrializzati per il periodo successivo all’anno 2000. Ma come ci si è arrivati?

La Commissione Europea ha partecipato, a nome della Comunità europea, ai negoziati della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, adottata a New York il 9 maggio 1992. La convenzione quadro è stata ratificata dalla Comunità europea con decisione 94/69/CE del 15 dicembre 1993 ed è entrata in vigore il 21 marzo 1994. Dopo lunghi lavori preparatori, l’11 dicembre 1997 è stato adottato a Kyoto il Protocollo di Kyoto.

Principali gas serra

Il protocollo di Kyoto concerne le emissioni di sei gas ad effetto serra:

  • biossido di carbonio (CO2);
  • metano (CH4);
  • protossido di azoto (N2O);
  • idrofluorocarburi (HFC);
  • perfluorocarburi (PFC);
  • esafluoro di zolfo (SF6).

Questo documento ha rappresentato un importante passo avanti nella lotta contro il riscaldamento globale.

L’accordo di Parigi

Qualche anno più tardi, è stato invece firmato l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Questo documento, firmato il 22 aprile 2016 e ratificato dall’Unione Europea il 5 ottobre 2016, rappresenta il primo accordo universale ed è giuridicamente vincolante.

Come si legge nell’articolo 2 del suddetto accordo:

Il presente accordo, nel contribuire all’attuazione della convenzione, inclusi i suoi obiettivi, mira a rafforzare la risposta mondiale alla minaccia posta dai cambiamenti climatici, nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi volti a eliminare la povertà, in particolare:

L’accordo si basa su un sistema di trasparenza e di comunicazione tra gli Stati aderenti. Viene inoltre posta molta attenzione ai paesi in via di sviluppo e  riconosciuto il ruolo di città, delle regioni e degli enti locali.

Il confronto con gli altri Paesi

A livello globale, a partire dagli anni ’90, le emissioni di CO2, risultanti dalla combustione dei carburanti, sono aumentate di oltre la metà. Se si analizzano le emissioni di biossido di carbonio (CO2) per la combustione di carburanti a livello pro capite, emergono interessanti differenze tra aree geografiche. Tra i maggiori produttori di CO2 abbiamo la Cina e gli Stati Uniti. Negli USA una persona produce, in media, più del doppio delle emissioni rispetto a una persona dell’Unione Europea. Il dato è peggiorato anche in paesi come l’India, l’Indonesia, il Brasile, ma anche l’Arabia Saudita, la Corea del Sud e, seppur di poco, il Canada e il Giappone.

Pochi altri paesi hanno compiuto gli stessi sforzi fatti dall’Europa in materia di energia e contrasto al cambiamento climatico. Ciò in cui l’Europa si contraddistingue è il voler conciliare la crescita economica con la sostenibilità ambientale. Adottare un “green style”, investendo su un’economia più verde, basata sull’utilizzo di energie rinnovabili, può aiutare a contribuire ad una crescita sostenibile.

I prossimi step: obiettivi del 2030

Negli ultimi anni gli Stati Membri hanno manifestato il loro interesse a rafforzare il loro impegno per una maggiore sostenibilità ambientale. Il Consiglio d’Europa ha confermato di voler ridurre le emissioni di gas serra del 40% entro il 2030, aumentare la percentuale di energie rinnovabili al 32% e migliorare l’efficienza energetica al 32,5%.

Se vuoi approfondire l’argomento, leggi anche il nostro articolo su come salvare il pianeta, decalogo per l’ambiente.

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